IL FIUME CHE STRARIPA, DI DR. RICCARDO CABONI

Cari lettori e lettrici buon inizio settimana.
Per la rubrica Sesso e Psiche questa volta vi racconterò la storia del “fiume che straripa”. Solitamente in seguito a piogge molto forti e continue il fiume supera il suo livello soglia, esce fuori dal suo solito percorso e attraversa passaggi vecchi che con il tempo erano stati dimenticati. Nel percorrere i vecchi paesaggi il fiume incontra nuove abitazioni, le quali ostacolano il naturale defluire dell'acqua, poiché ne deviano il percorso originario: l'acqua continuerà a defluire devastando ciò che incontra lungo il suo corso finché non tornerà a scorrere nel suo letto d'origine.
Alcune volte noi essere umani ci comportiamo come un fiume che straripa, nel senso che ci obblighiamo per spirito di sacrificio, per paura di dire di no, per non deludere il nostro partner o amica/o a stare in un situazione che non ci sta bene. Nonostante ciò, quotidianamente con il nostro non detto costruiamo delle “case” lungo il naturale fluire dei nostri personali sentimenti e delle nostre emozioni nei confronti delle persone o delle situazioni che viviamo, senza ascoltarci o non comunicando quello che stiamo vivendo. Speriamo tanto nel buon cuore degli altri, ritenendo superfluo comunicare loro le nostre emozioni, nella convinzione che essi riescano a leggerci nel pensiero. Speriamo tanto che l' “altro” abbia più buon senso di quanto ne abbiamo con noi stessi. Nel momento in cui “scopriamo” che l'altra persona non ha il nostro stesso buon senso, poiché non è disposta o disponibile come noi vorremmo, ecco che qui il fiume straripa e distrugge tutto: la situazione che ricorre più spesso in questi casi è il presentare il conto finale, rinfacciando agli altri tutto ciò che abbiamo fatto per loro, e illuminati dalla bontà divina ci aspettiamo che prima o poi lui o lei riconoscano i nostri sforzi e ci ripaghino. Questa dinamica non è un'esclusiva delle relazioni amorose, ma è proprio un modo di porsi nelle relazioni intese in senso generale. “Io faccio tutto per te, ci sono sempre. Per cui tu ci devi essere sempre, e devi fare tutto per me”. 

Ma per meglio farvi comprendere vi racconterò una breve storia.
Francesca è una donna di 40 anni, sposata, con tre figli. La caratteristica predominante della donna è che rimprovera spesso alle sue relazioni, sia quella con il marito che quelle amicali, di non essere “vista” dagli altri e di non essere ripagata adeguatamente per l'affetto e le attenzioni che riserva a loro. La donna è molto disponibile nelle relazioni, difficilmente riesce a dire di no e spesso si trova in situazioni di cui farebbe volentieri a meno. F. parla di spirito di sacrifico e spera sempre che questo venga visto e riconosciuto dai sui cari. Pensa di essere sempre d’aiuto a chi le sta vicino e quando crede che il suo aiuto non sia stato utile viene colta dai sensi di colpa. In questa situazione specifica entra in contatto con il sentimento d’inutilità che la porta ad impegnarsi ancora di più per risolvere il problema della persona a cui vorrebbe prestare aiuto. Un aiuto che nemmeno le è stato chiesto. Il fatto che gli amici e soprattutto il marito non riconoscano il suo impegno la mette in contatto con un senso di frustrazione che lei non riesce a tollerare. E’ proprio in questa situazione specifica che con la mente ritorna indietro e rimugina su tutte le cose che ha fatto per il bene dell’altro, il cui mancato riconoscimento l'ha portata a “chiedergli il conto”. La frase che si sente dire spesso a questo punto dal marito e dagli amici è: “Io non ti ho chiesto niente, chi ti ha detto di aiutarmi?”.
A questo punto il sentimento di rabbia sorto dal non essere riconosciuta e non pagata con la stessa moneta arrivano all’apice e la porta, nei peggiori dei casi, a chiudere i rapporti, convincendo sé stessa che la persona con la quale ha chiuso non ha avuto la benché minima di riconoscenza nei suoi confronti. L’unica relazione che continua nonostante questa sua dinamica è quella con il marito, anche se molte volte ha provato a chiuderla non riuscendoci. Francesca si rende conto di avere bisogno d’aiuto grazie a suo marito, stanco di sopportare questa dinamica distruttiva per la moglie stessa e per la loro relazione. 

Il caso di Francesca mette in luce un aspetto comune a noi esseri umani, cioè il normale defluire dei nostri sentimenti e delle nostre emozioni. Più noi c’impegniamo a negarli, bloccarli a non riconoscerli, più questi confluiranno in un unico punto e verranno fuori come un fiume che straripa. Il fatto che proviamo rabbia verso una situazione o verso una persona è del tutto normale e fisiologica: per tale ragione anche il sentimento di rabbia va ascoltato e lasciato defluire. La rabbia inespressa, non riconosciuta, può essere in alcuni casi riversata su persone o cose, in modo disfunzionale. Un’altra caratteristica presente in questa storia è il non sapere dire di no: questo porta la protagonista a costringersi a vivere situazioni che le stanno strette. Nello specifico non ascolta le sue emozioni e i suoi sentimenti da lei provati per qualcosa (una situazione o una circostanza) o per qualcuno. Le sue azioni non sono guidate da un reale piacere incondizionato ma hanno la pretesa di essere ricambiate, attribuendo un costo ai suoi sentimenti e a quelli delle persone con cui si relaziona. Francesca agisce con l’aspettativa di essere ricambiata secondo le sue modalità, questo le da l'illusione di essere vista. Dal punto di vista psicologico non sempre è funzionale essere d'aiuto per l'altro. Bisogna anche accettare che in alcune situazioni possiamo essere del tutto inutili e lasciare che l'altro si aiuti da solo.
Ritengo opportuno specificare che le emozioni ci permettono di conoscere ciò che accade, ciò che vogliamo e ciò che per noi importante. Quando proviamo a lungo un emozione nei confronti di qualcuno o di qualcosa diciamo che stiamo provando un sentimento. E’ proprio il sentimento che ci guida verso un atto d’amore incondizionato, senza aspettarci che l’altro faccia la stessa cosa per noi o con noi. Sapersi ascoltare e sentire sono due cose fondamentali poiché fanno sì che ciascuno di noi possa guastare al meglio la vita. Se ancora non l’abbiamo fatto iniziamo da oggi: non è necessario conoscere gli ingredienti di una torta per gustarne il sapore, così come la conoscenza delle nostre personali sensazioni ed emozioni non impedirà il naturale fluire della vita. 

Dr. Riccardo Caboni