L’ASSASSINIO DI MARTIN LUTHER KING

« Ho un sogno: che un giorno questa nazione si sollevi e viva pienamente il vero significato del suo credo: "Riteniamo queste verità di per se stesse evidenti: che tutti gli uomini sono stati creati uguali" »
Martin Luther King (Atlanta, 15 gennaio 1929 – Memphis, 4 aprile 1968),
giunse a Memphis il 3 aprile. Raggiunge la sua stanza, la 306, situata al secondo piano del Lorraine Motel. Insieme ai suoi collaboratori cerca di organizzare i giorni successivi.
Parlò con Ben Branch, un musicista che avrebbe dovuto suonare quella sera ad un incontro locale in una chiesa. King gli chiese di intonare il suo inno preferito  Take my hand, my precious Lord, che fu cantata davvero da Mahalia Jackson, cara amica di King, nel corso dei suoi funerali.
Alle 18:01 King uscì sul balcone del secondo piano del motel, dove venne colpito da un colpo di fucile di precisione alla testa; subito dopo fu ritratto in una foto di Joseph Louw. Unico giornalista rimasto dopo che il giorno precedente avevano tutti abbandonato la città. Venne soccorso fra gli altri anche da Marrell McCullough, agente di polizia, che cercò inutilmente di tamponare la ferita.
La sua morte venne annunciata alle 19:05 del 4 aprile 1968 al St. Joseph's Hospital.
Si è temuto una reazione della popolazione nera, tanto che il presidente Lyndon B. Johnson dichiarà il 7 aprile come giorno di lutto in tutto il paese e, chiese al popolo di non cedere alla violenza, la stessa che aveva ucciso King. Ma la sua richiesta è stata inutile, in più di 120 città si registrarono atti violenti quali incendi e saccheggi. 
Il candidato democratico per la casa bianca Robert Kennedy espresse in un discorso il desiderio che gli attivisti legati a King continuassero sulla strada della non-violenza. Pochi mesi dopo fu ucciso anche Robert Kennedy. In pochi mesi sono stati uccisi due pilastri della lotta per i diritti umani.
Il 9 aprile, fu celebrato il suo funerale dove partecipò il vicepresidente degli Stati Uniti d'America Hubert Humphrey. Fu letto l'ultimo sermone che il defunto aveva pronunciato il 4 febbraio di quell'anno. La bara venne trascinata da un carro con due asinelli della Georgia.

Nel suo epitaffio si leggeva: «Free at last».
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Nausica Baroni