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SAMOVAR

“Al Samovar” Opera di Stozharov V.F

Sono quattro i modelli di design considerati tradizionali: cilindrico, a botte, sferico ed a cratere che ricorda l’antico vaso greco così chiamato. Viene tuttora utilizzato in Russia, nei paesi slavi, in Iran, nel Kashmir e in Turchia per scaldare l’acqua per la preparazione del tè, ha l’origine piuttosto controversa: alcuni sostengono che provenga dall’Asia centrale, mentre altri sostengono che provenga dalla Russia visto che in Iran apparve soltanto nel XVIII secolo e la parola universalmente utilizzata, è di origine russa.

Difatti il nome Samovar, al plurale Samovary, nasce dall’unione di due termini russi: “sam” che significa “da solo” e “varit’” che significa “bollire”,  quindi che “bolle da solo”. Il suo aspetto varia a seconda della forma e materiali: nella sua evoluzione sono stati costruiti in argento, rame, sheffield, porcellana e in oro, con forme a urna o a cratere, cilindrico, sferico, liscio, dorato o finemente cesellato, ma essenzialmente munito di rubinetto. In alto un comignolo di 15-20 centimetri ne assicurava il tiraggio e possono essere dotati, come accessorio, di una teiera, posizionata in alto per essere scaldata dai gas caldi in uscita. Nella teiera si prepara il tè concentrato che viene servito diluito con l’acqua bollente, a secondo del gusto personale del consumatore. 

Varie misure di Samovar in proporzione all’uomo

I Samovar tradizionalmente erano a carbone, a carbonella o a combustione solida, per poi arrivare a quelli moderni che sono ad elettricità, funzionanti come un normale bollitore. L’interno dei primi Samovar è attraversato verticalmente da un tubo metallico che viene riempito con del combustibile solido che bruciando lentamente con la carbonella o le pigne secche scalda l’acqua circostante che può variare da un litro a 400 litri. Si dice che gli esemplari più antichi, usati ancora nei villaggi russi, sono alimentati con carbone o con pigne secche, dando al tè un leggero aroma di resina. Si dice che il tè preparato in un samovar alimentato di pigne abbia il sapore di una foresta in cui si respira aria buona.

“Tea Party” Opera di N.P. Bogdanov-Belsky

Per le famiglie russe il samovar è ancora un simbolo di grande importanza, perché oltre ad essere un’economica fonte di acqua calda sempre disponibile, rappresenta il calore familiare, tanto che veniva mantenuto pronto e caldo su fuoco lento anche quando non era utilizzato.  Successivamente si è passato ad altri metodi di riscaldamento come quello di inserire nel tubo un blocco di pietro o ferro reso incandescente sul fuoco del camino, per poi arrivare a quelli elettici che venivano scaldati da sotto, senza la necessità del tubo centrale.

L’esigenza di progettare uno strumento per preparare il tè è dovuta dalla scoperta del té in Russia nel 1638, quando a Michail Fëdorovič Romanov, detto Michele di Russia (Mosca, 12 luglio 1596 – Mosca, 13 luglio 1645) venne portato in dono 64 kg di té dall’ambasciatore Vassili Starkov da parte del principe mongolo. Presto la bevanda si diffuse in tutta la Russia e poichè ogni occasione era adatto per berlo, divenne indispensabile uno strumento che mantenesse l’acqua calda per l’intera giornata. Così iniziò la storia del samovar, un’importante strumento per ogni famiglia russa.

 Ai nostri giorni il samovar è ormai associato a una nostalgica e vecchia Russia. I primi Samovar avevano spesso dimensioni piuttosto grandi, solo verso metà dell’800 furono diffusi occidente senza grande successo cadendo in disuso agli inizi del 900. Gli esemplari più preziosi sono in argento e sheffield. I manici, il pomolo e il rubinetto erano fusi e applicati, mentre i profili perlinati erano cesellati.

Sbitennik, l’antenato del Samovar

L’antenato del samovar fu lo sbitennik, un oggetto che serviva per preparare lo sbiten, una bevanda calda a base di miele e spezie.

La vera e propria diffusione di Samovar nasce verso la fine del XVIII secolo, quando l’armaiolo russo, Fedor Lisitsyn, aprì una piccola officina a Tula, una cittadina a sud di Mosca, cuore dell’industria bellica russa. Lisitsyn insieme ai suoi due figli progettò la costruzione in serie del samovar, lo strumento molto diffuso fra gli artigiani nella regione degli Urali. Così “Officina Lisitsyn” con grande successo fu la prima a produrre industrialmente il Samovar. Verso 1830, sull’onda del successo di LisitSyn, nacquero numerose altre fabbriche che portarono Tula, tanto da battezzarla come la capitale dei samovar.

In quei anni l’uso del samovar divenne sempre più popolare nelle grandi città come San Pietroburgo e Mosca tanto da diventare parte della cultura russa. Viene tuttora dipinto dagli artisti e venne citato nelle loro opere dai grandi della letteratura russa come Gogol, Dostoevskij, Chekhov, Tolstoj e Pushkin.

Samavar anticoi prodotto in Tula

Nella seconda metà del XIX secolo, la produzione dei samovar si diffuse anche a Mosca, San Pietroburgo e in alcune aree industrializzate della Siberia e degli Urali, pur mantenendo a Tula il ruolo del promo piano della produzione.

Nel XX secolo per la combustione venne introdotto con poco successo l’uso del petrolio, probabilmente per il forte odore e per il rischio d’incendio o d’esplosione.

La popolarità del Samovar non lasciò indifferenti neppure le ferrovie russe che decisero di sperimentare il samovar sulle carrozze lusso della Transiberiana e successivamente su tutte le carrozze dei treni a lunga percorrenza. In seguito furono sostituiti gradualmente con bollitori conosciuti in Unione sovietica come Titani, dotati di controlli come il livello dell’acqua e la temperatura. I tradizionali samovar rimangono in dotazione solo nelle carrozze lusso sotto l’attenta sorveglianza del personale.

Alla caduta dello Zar,  per i moti della rivoluzione e della guerra civile il design e la tecnologia dei Samovar furono semplificati e adattati all’uso militare, con forme cilindriche privi di decorazioni.

In Russia, gli anni venti e trenta, condizionati dall’industrializzazione stalinista, le piccole officine vennero assorbite dalle grandi industrie, oppure chiuse. La quantità divenne più importante della qualità, e in questo periodo venne fondato a Tula la più grande industria per la produzione di samovar: la Štamp.

Dopo la seconda guerra vengono introdotte sul mercato i samovar elettrici in metallo nichelato, lasciando alle spalle l’era incontrastato del regno del samovar a combustibile solido.  La collettività adottò rapidamente la nuova tecnologia e il Samovar tradizionale viene sostituito dalla economicità e facilità d’uso del samovar elettrico, apprezzato soprattutto per il suo tempo di pulizia e per la stessa preparazione del tè. Solo le ferrovie rimasero e sono tuttora fedeli al tuttora al tradizionale e fumoso samovar a combustibile.

Nell’ondata capitalistica degli anni novanta ha stimolato l’inventiva del personale fuoriuscito dalla Štamp che ha fondato una propria società con nuove soluzioni.

Samovar Inglese

Dopo la sua storia della produzione iniziale di Samovar e contemporaneamente alla sua successiva produzione industriale, il Samovar orientale vive una produzione parallela anglosassone; infatti, gli inglesi, da veri cultori del rito del té, sono stati anche loro produttori del samovar nel periodo georgiano e vittoriano con una interpretazione di Samovar in versione di erogatore e anche di preparatore di tè.

Invece in Iran, i samovar sono diffusi almeno un secoli dopo, ovunque sono ancora in uso sia quelli elettrici che a olio o gas naturale.

Samovar iraniano a petrolio

I samovar, o samāvar come si pronuncia in persiano, furono importati dalla Russia, e successivamente gli artigiani iraniani li produssero in proprio secondo l’artigianato persiano. Borūjerd, capoluogo dello shahrestān di Borujerd, circoscrizione Centrale, nella provincia del Lorestan, ne divenne il principale centro di produzione e ancor oggi vi è la produzione artigianale. I Pezzi più pregiati sono realizzati con argento tedesco e appartengono alla famosa arte Varsho-Sazi, esposti spesso nei musei come esempio di arte iraniana.

 

Arman Golapyan