ASPIRANTI DI DIRITTI E ED EVASORI DEI DOVERI

Oggi, si pretende di aver il diritto ad un futuro migliore senza avere la consapevolezza di doverlo conquistare.

L’assenza del buongusto e buonsenso collettivo della nostra società di oggi ci ha portati ad un “problema sociale” in cui, l’individuo si è abituato a pretendere senza considerarne il prezzo o la fattibilità di ciò che si pretende.
L’abitudine sociale della nostra èra è diventata quella di “pretendere”. Pretendere di avere il lavoro quando questo da parte di un datore di lavoro non è richiesto; le vacanze (i giorni in cui non si lavora) pagate, e il posto assicurato anche quando non c’è lavoro a discapito dell’imprenditore che comunque deve pagare uno stipendio. Per pura e semplice comodità viene sorvolato il fatto che qualsiasi contesto economico e sociale è incentrato sul commercio di beni materiali e prestazione di servizi. In sintesi: “Io ti pago una cosa se mi serve. Io ti pago un servizio se mi serve. Io ti assumo e ti pago se mi serve il tuo servizio”. Oggi invece, grazie alle promesse elettorali che ormai sono da considerarsi “una vera e propria corruzione” per ottenere dei voti, “i pretendenti di diritti”, per la loro natura e comodità, non si accontentano di avere un lavoro ed essere giustamente retribuiti per la loro prestazione richiesta dal committente, ma essere pagati anche quando non sono richiesti.
Dopo questa prima pretesa, nociva per l’economia e per la società, si ha la pretesa di andare in pensione quando si è ancora in grado di lavorare e produrre, sorvolando il fatto che le pensioni sono state concepite per garantire vitto, alloggio e cure e a chi non può più lavorare per l’avanzata età o per problemi di salute. Si ha la pretesa di andare in pensione perché si é “stanchi di lavorare”, come se lavorare fosse un favore fatto ad altri.
Purtroppo viviamo in una società dove il 90% dei “lavoratori” sono semplicemente “titolari di un impiego”, “pretendenti di diritti” che non si concentra sul proprio lavoro. Un paradosso non accettabile per un paese come l’Italia la cui repubblica è fondata sul lavoro.
“I titolari di un impiego” contano i minuti alla rovescia per uscire dal luogo di lavoro, come se lavorando facessero un favore al prossimo.  Viviamo in una società dove si vive solo per guadagnare la propria sopravvivenza, senza impegnarsi veramente per costruire un mondo migliore. Questi aspiranti delle comodità e delle pensioni, senza il culto del lavoro, non sanno che “il lavoro non deve essere svolto ai fini di un guadagno, ma finalizzato ad un guadagno”. In sintesi nella società di oggi si ha un unico scopo di guadagnare il necessario per la propria sopravvivenza, con l’obbiettivo di conquistare i benefici che il danaro può offrire.
I vizi citati sono la testimonianza e dimostrazione che esprimono la totale dimenticanza dell’articolo 1 della costituzione della Repubblica italiana: “L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro. La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione.”
Sergio Marchionne

Sicuramente, questi miei punti di vista erano condivise anche da Sergio Marchionne (Chieti, 17 giugno 1952 – Zurigo, 25 luglio 2018) che si vide costretto a trasferire all’estero la maggior parte della produzione della più grande industria italiana. IL manager italiano, poco prima del suo prematuro decesso, contestò quest’era dei “contestatori”, quel 1968 nato da spinte “condivisibili” ma che ha di fatto trasformato l’Italia e il mondo occidentale nel regno dei diritti senza i doveri:

“Tutti noi, tutti coloro che vogliono un’Italia migliore hanno l’obbligo di fare qualcosa per cambiare le cose. A volte nel nostro paese ho l’impressione che ci sia un atteggiamento passivo nei confronti del presente, un atteggiamento che sta sgretolando uno dei pilastri del nostro stare insieme del nostro modo di guardare al futuro. E’ come se si prendesse di aver diritto ad un domani migliore senza essere consapevoli che bisogna saperlo conquistare. Io sono professori di storia nel di sociologia ma mi è capitato ogni tanto di pensare da dove nasca tutto ciò, la risposta che mi sono dato e che in modo paradossale ogni tanto le grandi conquiste portano risvolti imprevedibili o non voluti. E così è successo nel 68, movimento di lotta pienamente condivisibile che ci ha permesso di compiere enormi passi avanti nelle conquiste sociali e civili, ha avuto purtroppo un effetto devastante nei confronti dell’atteggiamento verso il dovere. Oggi viviamo nell’epoca dei diritti: diritto a posto fisso; a salario garantito; al lavoro sotto casa; il diritto di urlare e a sfilare; il diritto a pretendere. Lasciatemi dire che i diritti sono sacrosanti e vanno tutelati ma se continuiamo a vivere di soli diritti e diritti moriremo. Perchè questa evoluzione della specie crea una generazione molto più debole di quella precedente senza il coraggio di lottare ma con la speranza che qualcun altro faccia qualcosa , una specie di attendismo che è perverso ed è involutivo. per questo credo che dobbiamo tornare un sano senso del dovere alla consapevolezza che per avere bisogna anche dare bisogna riscoprire il senso e la dignità dell’impegno il valore del contributo che ognuno può dare al processo di costruzione della oggi e soprattutto nel domani.” (Sergio Marchionne)

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